IL SINASSARIO
VITE DEI SANTI ORTODOSSI
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Dall'opera grande composta da Macario, monaco athonita di Simonos-Pètras (Monte Athos) Traduzione dal francese di Ermi Dall' "Editions To Perivoli Tis Panaghiàs Thessalonique (1987/1996)" Edizioni Macchia Albanese (Makji) - 2003 Alla memoria del servo di Dio, Eugenio (Ermi) La pubblicazione del Sinassario in questo sito ha il permesso e la benedizione di padre Kosmas
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Santi Anargiri COSMA e DAMIANO
Consegniamo con gioia particolare
al pubblico italiano una parte dell'opera del monaco atonita Macarios.
Passano davanti ai nostri occhi figure di Santi vissuti dai primi secoli del
Cristianesimo fino ai nostri tempi: Martiri, Gerarchi, Asceti e Confessori della
vera fede.
La vita, ad esempio, di Sant'Atanasio l'Atonita (X sec.) mostra il suo determinante
contributo al processo di sviluppo del monachesimo del Monte Athos.
Mentre quella di San Cosma di Etolia (XVIII sec.) mostra l'azione di un missionario
nel difficile periodo della dominazione turca nei Balcani.
La vita poi di un grande Patriarca di Costantinopoli, San Fozio il Grande (IX
sec.), da l'immagine di un' epoca in cui iniziano a sorgere problemi tra Roma
e la Nuova Roma Costantinopoli) i quali, purtroppo, hanno portato alla divisione
della Chiesa.
Tuttavia, benché questi santi siano vissuti in epoche e situazioni differenti
e ciascuno con un ruolo particolare, avevano tutti la stessa brama di Cristo
che li conduceva alla divinizzazione (Thèosis).
In un'epoca di disincanto e mancanza di veri valori spirituali di riunifìcazione
tra cristiani, crediamo che la lettura di vite come queste contribuirà
alla migliore conoscenza del Cristianesimo orientale il quale ha conservato
l'eredità della Chiesa indivisa del primo millennio. Nihil amatum quin
praecognitum.
Per le preghiere dei nostri Santi Padri Signore Gesù Cristo abbi pietà
di noi e salvaci.
Kosmas aghiorita.
INDICE
Mese di Settembre
28 settembre, memoria del nostro santo Padre Caritone,
Confessore e maestro del desertoMese di Ottobre
17 ottobre, memoria dei santi Anargiri Cosma e Damiano
e dei loro tre fratelli Leone, Antino e EuprepioMese di Novembre
1 novembre, memoria dei santi Anargiri e taumaturghi, Cosma e Damiano
9 novembre, memoria del nostro santo Padre Nectario
14 novembre, memoria del nostro santo Padre Gregorio Palamas
18 novembre, memoria del santo Martire Platone
25 novembre, memoria della santa megalomartire e molto saggia Caterina
Mese di Gennaio
2 gennaio, memoria del nostro venerabile Padre Teoforo S. Serafino di Sarov
19 gennaio, memoria del nostro santo Padre Marco Eugenico
21 gennaio, memoria del nostro venerabile santo Padre Massimo il Confessore
Mese di Febbraio
6 febbraio, memoria del nostro santo Padre Fozio il Confessore, Patriarca di Costantinopoli
Mese di Maggio
13 maggio, memoria dei nostri venerabili Padri Jean ed Eutimio, fondatori del monastero d'Iviron e del loro congiunto Giorgio I. Lo stesso giorno si festeggia Gabriele l'Ibero che raccolse l'icona
della PortaitissaMese di Giugno
11 giugno, sinassi della Madre di Dio in memoria della rivelazione dell'Inno "Axion Estin" da Santo Arcangelo Gabriele
Mese di Luglio
5 luglio, memoria del nostro Padre Teoforo Athanasio l'Athonita
14 luglio, memoria del nostro Padre teoforo Nicodemo l'Aghiorita
16 luglio, memoria del santo Martire Antioco
27 luglio, memoria del santo e grande Martire Panteleimon e del cieco che, guarito da lui, morì di spada
Mese di Agosto
13 agosto, memoria del nostro venerabile padre SERIDOS Igumeno del monastero di Gaza
24 agosto, memoria del santo neo-iero Martire, eguale agli Apostoli, Cosmas di Etolia
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San Caritone
nacque e fu cresciuto ad Iconio, in Asia Minore, sotto il regno dell'imperatore
Aureliano (270-276).
All'inizio del suo regno, il successore di quest'ultimo, Diocleziano, non era
ostile ai cristiani; ma, posseduto dal demonio dichiarò in
seguito una violenta persecuzione contro quelli che invocavano il nome di Cristo
(394).
Poiché Caritone era
famoso ad Iconio per la sua pietà e la sua virtù, fu catturato
dai soldati dell'imperatore e condotto avanti al console.
Avendo confessato senza paura il Cristo e condannato gli idoli, Caritone fu
steso a terra e così violentemente picchiato che le sue
carni furono ridotte in brandelli.
Venne gettato in prigione e fatto uscire qualche giorno più tardi per
essere presentato di nuovo avanti al tribunale.
Liberato di prigione, si
rifugiò in Egitto fino a che Costantino il Grande decretò la fine
delle persecuzioni e riconobbe ufficialmente la religione cristiana.
Portando il suo corpo i segni della Passione di Cristo, Caritone, liberato dalla
minaccia del martirio, perseguì con grande zelo la via di imitazione
del Cristo con una vita di ascesi e di austerità.
Alle sofferenze volontarie che egli infliggeva al suo corpo per ridurlo in schiavitù
e farlo obbedire alle leggi dello spirito si aggiunsero delle prove involontarie.
Un giorno, allorché
si dirigeva verso Gerusalemme incontrò sulla strada una banda di briganti
che lo legarono e lo condussero nella loro grotta.
Ma furono ben presto vittima della Giustizia Divina.
Essi morirono tutti dopo aver bevuto del vino nel quale una vipera aveva versato
il suo veleno.
Caritone, rimasto solo, fu miracolosamente liberato dai suoi legacci e divenne
erede del bottino che i briganti avevano ammassato.
Distribuì allora queste
ricchezze male acquisite donandole ai poveri e utilizzandole per la costruzione
di chiese per la Grazia di Dio, e si installò in una grotta situata in
un luogo chiamato FARAN, al fine di praticarvi l'ascesi.
Da questa grotta, il Santo attirò molti infedeli facendo loro abbracciare
la fede e seguire l'esempio della sua vita angelica.
Ma poiché questa affluenza lo distraeva dalla sua amata solitudine, partì per installarsi in una altra grotta solitaria dopo aver piazzato il migliore dei suoi discepoli a capo della comunità di Faran e aver esortato i suoi figli spirituali a mantenere strettamente la temperanza nel nutrimento e nel sonno, apregare la notte come il giorno nelle ore che aveva loro insegnato e aricevere i poveri e gli stranieri come fossero il Cristo stesso.
Ritirato sulla montagna di
DUKAS, nei dintorni di Gerico, non potè però restare molto tempo
a conversare in solitudine con Dio: molti discepoli vennero a raggiungerlo e
lo obbligarono a costruire una seconda Lavra* ed a fuggire di nuovo in un altro
ancora più isolato chiamato TEQUE.
Egli si installò con qualche discepolo in una terza Lavra, che si chiamò
dal nome siriaco SUKA (monastero) o ancora "l'antica Lavra".
Ma niente poteva arrestare la folla dei numerosi discepoli e pagani che accorrevano
per dilettarsi del miele delle sue parole e per contemplare questa immagine
vivente del Cristo.
Così, Caritone, che
non desiderava altro in questo mondo che la soavità dell'unione con Dio
nella solitudine, si ritirò al di sopra di Lavra, in una grotta di così
difficile accesso che non si poteva raggiungere se non con delle scale.
Egli dimorò lì numerosi anni, abbeverandosi ad una sorgente che
Dio, per le sue preghiere, aveva fatto sgorgare nella grotta.
Poiché Dio gli aveva anticipatamente rivelato la data della sua morte
Caritone si fece trasportare nella sua prima Lavra di FARAN.
Di là indirizzò un testamento spirituale ai suoi discepoli, nel
quale indicava la via sicura per pervenire all'unione con Dio: vale a dire l'ascesi
unita all'umiltà e alla carità verso tutti.
Avendo dato i suoi ultimi insegnamenti, si distese sul suo letto e si addormentò serenamente per raggiungere il coro degli Angeli e dei Santi.
Per le preghiere del nostro
Santo Padre S.Caritone Signore Gesù Cristo, abbi pietà di noi.
Amin!
NOTIZIE
*Nell'antico monachesimo
di Palestina, la Lavra era un luogo
primitivamente occupato da uno o più eremiti, che l'abbondanza
dei discepoli avevano trasformato in monastero.
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Bisogna sapere che la Chiesa celebra tre coppie
distinte di S. Anargiri sotto il nome di Cosma e Damiano.
I primi celebrati il 1 novembre,
erano originari dell'Asia Minore, figli di una santa donna di nome Teodota.
Essi morirono in pace e furono sepolti in un luogo chiamato Feremas.
I secondi, celebrati il 1
di luglio, erano originari di Roma. Essi furono uccisi a colpi di pietre dal
loro maestro geloso e malvagio.
Quanto ai Santi che noi celebriamo oggi, essi erano originari dell'Arabia.
Abili nell'arte medica, essi
andavano di città in città e di villaggio in villaggio, curando
gratuitamente i malati che incontravano e proclamando
a tutti la venuta di Cristo, il vero medico delle anime e dei corpi. Allorché
la persecuzione scatenata da Diocleziano e Massimiliano
(284-305) contro i cristiani infuriava, i Santi si recarono con i loro tre fratelli,
Leone, Antino e Euprepio in una città della Licia chiamata Aigee e si
presentarono avanti al governatore per confessare il Cristo. Vennero legati
loro le mani e i piedi e gettati in mare.
Ma un Angelo di Dio li prese
e li depositò incolumi sulla riva. Gli empi li catturarono di nuovo e
li gettarono in una fornace ardente,
ma senza alcun successo.
Infine furono crocifissi a immagine del loro Divino Maestro e gli venne tagliata la testa.
Amin!
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San
Cosma e Damiano erano fratelli secondo la carne e originari delle provincie
d'Asia (regione di Efeso).
Il loro Padre, un nobile pagano, abbracciò la fede cristiana qualche
tempo dopo la loro nascita.
Ma la sua morte prematura lasciò i due bambini alle uniche cure della
loro pia mladre, Teodota, che era cristiana già da ragazza e si applicò
a crescere i due figli nella pietà e nell'imitazione delle sue virtù.
Cosma e Damiano furono istruiti
nelle varie scienze del tempo ma essi abbandonarono ben presto queste vane conoscenze
per dedicarsi all'arte medica e liberare li loro prossimo da ogni malattia e
infermità.
Allo stesso modo degli Apostoli inviati in missione da Cristo (Matt. 10) essi
ricevettero il potere di cacciare gli spiriti impuri e di guarire ogni sorta
di malattia senza altro rimedio che la loro preghiera.
Avendo ricevuto praticamente
la grazia dello Spirito Santo, questi nuovi Apostoli donavano gratuitamente,
curando senza alcuna distinzione i ricchi come i poveri, gli stranieri come
i loro connazionali, senza mai chiedere niente in contropartita.
La loro carità era tale, che prodigavano i loro meriti perfino agli animali
senza ragione.
Benché versati nella scienza medica, essi non utilizzavano come rimedio, di disturbi o di impiastro, altro che il nome vivificante di Cristo e aggiungevano la predicazione del Vangelo vera guarigione così come se in essi ci fosse il Cristo Medico stesso che proseguiva l'opera e guariva le anime e i corpi.
Si accorreva da tutti i luoghi
verso la loro dimora, e ognuno vi trovava guarigione e conforto nella misura
della sua fede.
S.Damiano, il più giovane dei due fratelli si addormentò per primo
in pace, seguito poco tempo dopo da suo fratello Cosma.
In seguito, moltitudini di
cristiani non cessarono di affluire verso la Chiesa che era stata eretta sul
luogo della loro tomba a Feremas.
Le loro preziose reliquie e le loro icone erano una sorgente abbondante di guarigione
per i malati che vi accorrevano e che soggiornavano più giorni nella
chiesa con preghiere e suppliche.
Nessuno andava via senza aver ricevuto o la guarigione o la forza di sopportare con pazienza la malattia permessa da Dio per la salute della loro anima.
Per le preghiere di Cosima e Damiano Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me.
Amin!
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Il
nostro santo padre Nectario nacque il 1° Ottobre 1846, in Tracia, da una
coppia di poveri ma pii cristiani: Dimos e Maria Kefala.
Chiamato Anastasio al Santo Battesimo, mostrò fin dall'infanzia una grande
pietà e un gusto profondo per lo studio.
Poiché sua madre gli insegnava il salmo 50, egli amava ripetere il verso:
«Insegnerò ai peccatori le tue vie...».
Dopo aver ricevuto l'insegnamento elementare nella sua patria, fu inviato dai
suoi parenti a Costantinopoli per proseguire la sua
educazione, lavorando come impiegato in un magazzino.
Il giovane restava però
insensibile ai richiami della vita mondana e si preoccupava soltanto di edificare
in lui, notte e giorno, l'uomo
interiore ad immagine di Cristo, con la preghiera e la meditazione degli scritti
dei santi padri.
All'età di 20 anni lasciò Costantinopoli per divenire maestro
nell'isola di Kios.
Lì incoraggiava i giovani e gli abitanti del villaggio alla pietà
e alle opere della virtù, non solamente con le parole ma soprattutto
con l'esempio stesso della sua vita di ascesi e di preghiera.
Desiderando ormai da lungo
tempo di abbracciare la vita simile agli Angeli, divenne monaco con il nome
di Lazzaro, il 7 novembre 1876, nel celebre monastero di Nea Moni, non desiderando
che le cose dell'alto, modello di dolcezza e di obbedienza, si fece amare da
tutti i fratelli della comunità e divenne diacono un anno più
tardi.
Grazie alla generosità di un pio abitante dell'isola e poi alla protezione
del patriarca di Alessandria, Sofronio, potè completare i suoi studi
ad Atene e ottenere il diploma della Facoltà di Teologia.
Nel 1885, raggiunse Alessandria,
dove fu ben presto ordinato prete poi consacrato metropolita della Pentapoli
(antica diocesi corrispondente alla Libia superiore).
Predicatore e segretario patriarcale, fu mandato al Cairo come rappresentante
del patriarca, nella chiesa di San Nicola.
Malgrado questi onori, Nectario non perse nulla della sua umiltà e seppe
comunicare ai suoi seguaci spirituali lo zelo per le virtù evangeliche.
L'amore e lo zelo che il popolo gli portava tornarono però a suo svantaggio.
Su istigazione del diavolo alcuni membri del patriarcato, gelosi dei suoi successi,
lo calunniarono dicendo che cercava di attirarsi i favori del popolo al fine
di impadronirsi del trono patriarcale di Alessandria.
Poichè il Santo non
cercava di giustificarsi ma confidava nella promessa del Cristo che ha detto:
« Beati sarete voi quando vi insulteranno, quando vi perseguiteranno e
quando vi calunnieranno in tutti i modi a causa mia...» (Mat. 11).
Egli fu cacciato dal suo posto e si imbarcò per Atene, dove si ritrovò
solo, ignorato, disprezzato e mancante perfino del pane quotidiano, poiché
non sapeva neanche badare a se stesso ma distribuiva ai poveri le sue magre
risorse.
Abbandonando il suo progetto iniziale di ritirasi sul Monte Athos, il dolce
umile imitatore di nostro Signore Gesù Cristo preferì sacrificare
il suo amore per la solitudine alla salvezza del suo prossimo.
Egli restò qualche
anno come predicatore (1891-1894), poi fu nominato Direttore della scuola ecclesiastica
Rizarios, destinata alla formazione dei futuri preti la sua profonda conoscenza
delle Sante Scritture, dei Santi Padri e anche delle scienze profane, e la sua
autorità piena di dolcezza nella direzione degli uomini gli permisero
di dare rapidamente a questa istituzione una alta qualità intellettuale
e morale.
Il Santo gerarca si caricò della direzione e delle lezioni di Pastorale,
ma non cessò di vivere il programma di ascesi, di meditazione e di preghiera
di un monaco aggiungendo alle alte funzioni di predicazione e di celebrazione
regolare dei santi misteri, in seno alla scuola ma anche nei dintorni di Atene.
Nectario conservava pertanto
nel fondo del suo cuore un amore bruciante per la quiete e la pace della vita
nei monasteri per cui approfittò del desiderio espresso da un certo numero
di figli spirituali per ritirarsi dalla confusione della vita mondana e fondare
un monastero femminile nell'isola di Egina (tra il 1904 e il 1907).
Malgrado i numerevoli pensieri e le difficoltà, il Santo tendeva ad instaurare
un tipo di vita cenobitico nella fedeltà più scrupolosa allo spirito
dei santi padri.
Egli dispensava senza fine le sue forze corporali e spirituali per la costruzione
di edifici per la celebrazione di uffici liturgici e per la direzione spirituale
di ciascuna delle sue discepole.
Lo si vedeva lavorare sovente
in giardino vestito di una misera tunica, o, allorchè spariva per lunghe
ore, si indovinava che si era chiuso nella sua cella per elevare la sua mente
a Dio, fissandola nel cuore per gustarvi la dolcezza del santo Nome di Gesù.
Benché fosse in contatto con il mondo e disciplinasse strettamente le
visite in monastero, la fama delle sue virtù e i doni che Dio gli aveva
donato si sparsero nella regione, e i fedeli venivano a lui, attirati come il
metallo
dalla calamità. Egli guarì numerosi laici e monaci da malattie
che l'affliggevano, fece venire la pioggia sull'isola che soffriva di siccità.
Egli alleviava, consolava,
incoraggiava...Era tutto per tutti: potendo tutto nel Cristo che abitava in
lui attraverso la grazia del Santo Spirito.
Aveva grande familiarità con i santi e con la Madre di Dio, e questi
gli apparivano frequentemente durante la Santa Liturgia o nella sua cella.
Malgrado le difficoltà del periodo che seguì la prima guerra mondiale,
egli ordinò categoricamente alle sue monache di mettere qualunque cosa
di riserva per il nutrimento ma ordinò di distribuire il loro di più
ai poveri, confidando di giorno in giorno nella misericordia di Dio.
Nonostante tutti questi impegni,
Nectario trovava il tempo di redigere un gran numero di opere di Teologia, di
morale, di storia della Chiesa, per la conferma della Chiesa greca nella santa
tradizione dei padri; in un periodo in cui la tradizione era soventemente ignorata
a causa delle influenze occidentali.
Vivendo come un angelo nel corpo e facendo brillare intorno a lui i raggi della
luce increata della grazia, il beato ebbe ancora a soffrire calunnie e ingiuste
accuse sul suo monastero, da parte di membri della gerarchia.
Egli sopportò queste ultime prove con la pazienza di Cristo: senza mormorazioni
ne rivolte.
Fu allora che venne colpito da una dolorosa malattia durata più di un
anno e mezzo.
Egli rese grazie a Dio di
averlo provato e si sforzò di tenere segreto il suo male per tutto il
tempo che precedette la sua morte.
Dopo un ultimo pellegrinaggio presso una icona della Madre di Dio, situata non
lontano dal monastero, egli annunciò alle sue discepole la sua prossima
partenza verso il cielo e fu trasferito in un ospedale di Atene, dove, dopo
cinquanta giorni di sofferenza, che sopportò con una pazienza che edificava
tutti coloro che l'avvicinavano, rimise in pace la sua anima a Dio l' 8 novembre
1920.
I fedeli di Egina, le sue discepole e tutti i cristiani che l'avevano conosciuto
piansero la perdita del dolce e compassionevole discepolo di Cristo, che, tutta
la vita, aveva sopportato terribili calunnie, persecuzioni e ingiuste accuse
prendendo per modello la Divina Passione del suo Maestro.
Ma Dio gli rese gloria e,
dopo il suo riposo, i miracoli furono abbondanti, e abbondano tuttora quotidianamente
per coloro che si avvicinano con fede alle sue reliquie o che confidano sulla
sua potente intercessione. Il corpo del santo restò miracolosamente incorrotto
per più di 20 anni, emanando un profumo celeste e delicato.
Nel 1953, allorché fu finalmente dissolto secondo la legge naturale,
si procedette alla traslazione delle sue reliquie (commemorate il 3 Settembre)
e si potè constatare allora che lo stesso profumo si liberava potentemente
da ogni sua parte.
Egli non cessò da
allora di rallegrare i fedeli che si avvicinavano alle sue preziose reliquie
donando loro la garanzia che San Nectario aveva trovato accesso presso Dio,
nella dimora dei santi.
Il suo culto è stato ufficialmente riconosciuto nel 1961 e il racconto
dei suoi miracoli non cessa di essere scritto ogni giorno.
La sua tomba, ad Egina, è divenuta uno dei pellegrinaggi più frequentati
della Grecia.
Per le preghiere del nostro
Santo Padre Nectario
Signore Gesù Cristo abbi pietà di noi.
Amin!
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Il
nostro santo padre Gregorio nacque a Costantinopoli nel 1926.
I suoi genitori, aristocratici emigrati dall'Asia Minore durante l'invasione
turca, facevano parte della corte dell'imperatore
Andronico II Paleologo ( 1282/1328).
Malgrado le alte funzioni, suo padre aveva una intensa vita di preghiera e,
sedendo in senato, arrivava a non ascoltare
l'imperatore che si rivolgeva a lui, tanto era immerso nella preghiera.
Egli morì allorché Gregorio era ancora giovane, dopo aver rivestito
l'abito monastico.
Sua moglie desiderava anch'essa prendere il velo ma ritardò qualche tempo
per garantire l'educazione ai suoi sette figli.
Il primogenito, Gregorio, fu affidato ai migliori maestri delle scienze profane
e acquistò, tempo qualche anno, una perfetta padronanza dei ragionamenti
filosofici: a tal punto che il suo maestro credeva, ascoltandolo, di sentire
lo stesso Aristotele in persona.
Malgrado questi successi
intellettuali, il giovane dirigeva la sua verità interiore solo verso
le cose di Dio.
Egli frequentava i monaci più stimati della capitale e aveva scelto come
padre spirituale Teolepto di Filadelfia (1250/1325) che lo iniziò alla
santa sobrietà* e alla preghiera del cuore.
Verso il 1316, Gregorio decide di abbandonare le vanità del mondo, e
trascina con lui verso la vita monastica sua madre, due sorelle, due fratelli
ed un ;!': gran numero di servitori.
Essendosi recati a piedi sulla Santa Montagna dell'Athos, Gregorio e i suoi
due fratelli si stabilirono nelle vicinanze del monastero di Vatopedi, sotto
la direzione di un anziano proveniente dai Monte S. Ausenzio
Nicodemo.
Esercitato fin dall'infanzia alla pratica delle virtù fondamentali che
sono l'obbedienza, l'umiltà, la dolcezza, il digiuno, la veglia e le
varie austerità che permettono di sottomettere il corpo allo spirito,
il giovane fece rapidi progressi nella santa attività della preghiera.
Giorno e notte, si rivolgeva
senza sosta a Dio dicendo con singhiozzi: «Illumina le mie tenebre».
Dopo qualche tempo, la Madre di Dio, che egli aveva come confidente fin dalla
giovinezza, gli inviò S.Giovanni il Teologo per promettergli la Sua protezione
in questa vita e nell'altra.
Ora, dopo solamente tre anni, la morte prematura di suo fratello Teodosio, ben
presto seguita da quella di Nicodemo, spinge Gregorio e l'altro fratello Macario,
a congiungersi alMonastero di Grande Lavra.
Nominato cantore, Gregorio riscuoteva l'ammirazione dei suoi compagni, per lo
zelo nella pratica simultanea di tutte le sante virtù evangeliche.
Egli conduceva una vita così austera che sembrava essersi liberato dal
peso del corpo: poteva restare anche mesi senza prendere mai sonno. Perfetta
nella vita comune, la sua anima era però desiderosa delle dolcezze della
solitudine; è perciò che egli si ritirò, nel giro di tre
anni, nell'eremitaggio di Glossia, sotto la direzione di un monaco eminente
chiamato Gregorio di Bisanzio.
Dalla purificazione delle passioni egli potè elevarsi con la preghiera
verso la contemplazione dei misteri della creazione.
Grazie alla solitudine e
alla quiete inferiore (esichia) Gregorio manteneva tutto il tempo la mente dal
profondo del cuore, al fine di invocarvi il Signore Gesù Cristo con compunzione,
di maniera che egli diveniva tutto intero preghiera, e dolci lacrime colavano
continuamente dai suoi occhi come da due fontane.
Ma, le razzie incessanti dei pirati turchi costrinsero ben presto Gregorio e
i suoi compagni ad abbandonare la loro residenza.
Con dodici monaci, il Santo decide di andare a venerare i luoghi Santi e di
trovare rifugio al Monte Sinai, ma fu impedito di realizzare questo progetto
e restò qualche tempo a Tessalonica, dove partecipò alle attività
di un circolo spirituale, spinto dal futuro patriarca Isidoro, che si sforzava
di diffondere la pratica della preghiera di Gesù presso i suoi fedeli,
facendo loro approfittare delle esperienze dei monaci.
Nel 1326 fu ordinato prete, dopo aver ricevuto la visione che questa era la
volontà di Dio.
Egli, partì poi per fondare un eremitaggio nei dintorni di Veria, dove
per ben cinque anni si dedicò ad una ascesi ancora più rigorosa.
Egli restava isolato cinque
giorni e settimane nel digiuno, veglia e preghiera bagnata di lacrime, ricompariva
il sabato e la domenica per celebrare la divina liturgia, dividendo un pasto
fraterno e intrattenendosi su qualche argomento spirituale con i suoi compagni
di ascesi.
Egli continuava così ad elevarsi nella contemplazione e ad entrare in
unione diretta con Dio nel suo cuore.
Alla morte di sua madre, andò a Costantinopoli e prese sua sorella che
installò in un eremitaggio vicino al suo.
Ma non potè trovare a lungo riposo, perché la regione era regolarmente
devastata dalle incursioni dei Serbi.
Decide quindi di ritornare all'Athos e si stabilisce nell'eremitaggio di San
Saba, un po' al di sopra di Lavra.
Questo nuovo soggiorno fu per lui l'occasione di isolarsi dagli uomini per conversare
solo con Dio.
Egli non andava che eccezionalmente al Monastero e non comunicava con i suoi
rari visitatori che la domenica e i giorni di festa.
E fu così che dalla
contemplazione ancora esteriore, Gregorio pervenne alla visione di Dio nella
luce dello Spirito Santo e alla deificazione promessa da Cristo ai suoi discepoli
perfetti.
Un giorno, in sogno, vide che era ripieno di un latte venuto dal cielo, il quale
uscendo da lui si trasformava in vino riempiendo l'atmosfera circostante di
un sublime aroma.
Era quello il segno che gli rivelava che il tempo era ormai arrivato di insegnare
ai suoi fratelli i misteri che Dio gli rivelava.
Egli redasse allora qualche scritto ascetico, poi fu nominato igumeno del monastero
di Esfìgmenou (1335).
Ma il suo zelo e le sue esigenze spirituali non furono comprese dai duecento
monaci che lì vivevano, cosicchè dopo un anno egli ritornò
nel suo eremitaggio.
A quell'epoca un monaco originario della Calabria, Barlaam, si era acquistato
una brillante rinomanza tra i migliori intellettuali della capitale, grazie
alla sua abilità e speculazioni filosofiche.
Egli amava particolarmente commentare gli scritti mistici di S. Dionisio l'Aereopagita
ma ne dava una interpretazione puramente filosofica, facendo della conoscenza
di Dio, l'oggetto di freddi ragionamenti e non d'esperienza.
Avendo fatto la conoscenza di semplici monaci, questo delicato umanista era
rimasto scandalizzato dai loro metodi di preghiera e dello spazio che essi lasciavano
all'elemento sensibile nella vita spirituale. Egli colse questa occasione per
calunniare i monaci e accusarli di eresia.
Gli esicasti fecero allora
appello a Gregorio che redasse più trattati polemici, nei quali rispondeva
alle accuse di Barlaam situando la spiritualità monastica in una vasta
sintesi dogmatica.
Egli dimostrava che l'ascesi e la preghiera sono il risultato di tutto il mistero
della Redenzione e sono il modo per ognuno di fare sbocciare la grazia depositata
in ciascuno al S.Battesimo.
Egli difendeva cosi le buone fondamenta dei metodi utilizzati dagli esicasti
per fissare la mente nel cuore: perché, dopo l'Incarnazione, è
nei nostri corpi santificati dai sacramenti e innestati dalla Eucaristia al
corpo di Cristo che dobbiamo ricercare la grazia dello Spirito. Questa grazia
è la gloria di Dio essa stessa che, rifulgendo dal corpo di Cristo il
giorno della Trasfigurazione ha colpito i discepoli di stupore (cf. Matteo 17)
e che, risplendendo adesso nel cuore purificato dalle sue passioni, ci unisce
veramente a Dio, ci illumina, ci deifica e ci dona un assaggio della gloria
che brillerà così sul corpo dei Santi dopo la Resurrezione generale.
Affermando cosi la piena realtà della deificazione, Gregorio non negava
pertanto che Dio sia assolutamente trascendente e inconoscibile nella Sua essenza.
Al seguito dei Santi Padri,
ma in maniera più netta, egli distingueva in Dio l'essenza impartecipabile
e le energie eterne, creatrici e provvidenziali, attraverso le quali il Signore
faceva partecipare gli esseri creati, al Suo essere, alla Sua vita e alla Sua
luce, senza tuttavia introdurre alcuna divisione nella unità della natura
divina.
Per S.Gregorio, Dio non è dunque il concetto dei filosofi, ma Egli è
Amore, Persona vivente e «fuoco divorante» come insegna la Scrittura,
che fa tutto per deificarci.
Immediatamente riconosciuto dalle autorità dell'Athos nel Tomo Aghioritico,
le abbaglianti argomentazioni del Santo furono adottate dalla Chiesa che condannò
Barlaam, e con lui l'Umanesimo filosofico che doveva ben presto animare il Rinascimento
europeo, nel corso di due concili riunitisi in Santa Sofia nel 1341.
Barlaam venne condannato e trovò rifugio in Italia, ma la controversia
non era comunque conclusa.
Gregorio, che per redigere
i suoi trattati, aveva vissuto qualche tempo recluso in una casa di Tessalonica,
aveva appena avuto il tempo di raggiungere il suo eremitaggio all'Athos, che
uno dei suoi vecchi amici, Akindinos, riprese l'essenziale degli argomenti del
Calabrese, accusando Gregorio di introdurre delle novità nella distinzione
tra essenza ed energie.
Arbitro tra Barlaam e Gregorio, Akindinos era uno di quei conservatori formalisti
che si accontentavano della ripetizione di semplici formule per condannare gli
umanisti, senza cercare di penetrare lo spirito della tradizione.
Fu allora che scoppiò una terribile guerra civile dovuta alla rivalità
tra il Granduca Alessio Apokankos e l'ambizioso Giovanni Cantacuzeno, amico
di Palamas.
Il patriarca Giovanni Kalecas prese le parti di Apokankos e, attraverso l'intermediazione
di Akindinos, intentò a Gregorio un processo, in seguito al quale venne
scomunicato il Santo e condannato alla prigionia.
Durante i quattro anni della sua reclusione, Gregorio non abbandonò la
sua attività: egli intrattenne una vasta corrispondenza e redasse un
importante trattato contro Akindinos.
Verso il 1346, quando il
vantaggio passò a Cantacuzeno, la reggente Anna di Savoia prese le difese
del Santo e fece deporre il patriarca la notte stessa dell'entrata trionfale
di Cantacuzeno nella capitale.
Costei nominò Isidoro patriarca (1347/1350) e riunì un nuovo concilio
per giustificare gli esicasti.
La controversia non trovò tuttavia un esito definitivo che nel 1351,
dopo la riunione di un terzo concilio contro l'umanista Niceforo Gregoras. Nel
Tomo Sinodale, la dottrina di San Gregorio sulle energie increate e sulla natura
della Grazia, veniva riconosciuta come regola di fede per la Chiesa Ortodossa.
Isidoro procedette alla nomina di una serie di nuovi vescovi e affidò
a Gregorio il seggio di Tessalonica (marzo 1347).
Ma poiché la città era nelle mani della parte zelota avversaria
di Cantacuzeno, il nuovo metropolita non potè prendere possesso del suo
seggio.
Gregorio allora si rifugiò qualche tempo a Limnos, dove mostrò
un comportamento eroico durante una epidemia e potè infine rientrare
in città dove venne acclamato come Cristo trionfante negli inni di Pasqua.
Nelle sue numerose attività
pastorali fece guadagnare ai suoi fedeli la grazia abbondante che aveva conquistato
nella solitudine.
Egli fece brillare sulla città la luce che illuminava il suo cuore e
dispensò con abbondanza i suoi insegnamenti ispirati, insistendo sul
legame stretto che deve unire la preghiera e la via sacramentale nella vita
di ciascun cristiano.
Per la potenza di Cristo egli compì numerosi miracoli e guarigioni.
Nel corso di un viaggio verso Bisanzio, cadde nelle mani dei Turchi e fu messo
in prigione in Asia Minore per un anno.
La relativa libertà di cui disponeva e la sua apertura di spirito, gli
permisero di intrattenere discussioni teologiche amichevoli con teologi musulmani
e con il figlio dell'Emiro Orkam.
Liberato grazie ad un riscatto venuto dalla Serbia, riguadagnò Tessalonica
dove proseguì la sua opera di pastore e taumaturgo.
Egli cadde gravemente ammalato ma qualche tempo prima della sua morte, vide
S.Giovanni Crisostomo apparirgli per invitarlo a raggiungerlo in mezzo al coro
dei Santi gerarchi, il giorno in cui la loro festa sarebbe stata celebrata.
Fu così infatti che
il 14 Novembre 1359, il Santo rimise la sua anima a Dio.
Allorchè spirò, il suo viso irradiò una luce simile a quella
che brillò su S.Stefano (Atti 6.7).
Dio mostrò così, la verità della sua dottrina sulla realtà
della deificazione attraverso la luce increata del Santo Spirito.
S.Gregorio fu canonizzato nel 1368, e per i suoi numerosi miracoli fu considerato
fino ad oggi come il secondo protettore di Tessalonica dopo S.Demetrio.
Per le preghiere del Tuo
Santo
Signore Gesù Cristo abbi pietà di noi.
Amin!
NOTIZIE
*La festa di S.Gregorio è
solennemente festeggiata
la seconda Domenica di Quaresima, dopo la festa
dell'Ortodossia.
*La sobrietà è
la vigilanza su quei movimenti della parte
passionale dell'anima che mettono l'intelligenza in cammino
di purificazione.
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Santo
Platone viveva ad Ancira in Galatea, sotto il regno dell'imperatore Massimiliano
(285-305) ed era il fratello del S.martire Antico
(+ 16 Luglio).
Siccome confessò pubblicamente
la sua fede in Cristo e incoraggiò i cristiani a tener duro durante la
persecuzione, fu arrestato dai
soldati dell'imperatore e condotto dal governatore Agrippino.
Irremovibile nella sua convinzione, malgrado la sua giovane età, fu in un primo tempo percosso da dodici soldati, poi disteso su di un letto di bronzo scottante ed ebbe la carne lacerata e ustionata da ogni sorta di tortura.
Davanti allo spettacolo delle
sue sofferenze, un gran numero di pagani abbracciò la fede.
Il santo martire elevò verso Dio la sua preghiera nel bel mezzo dei tormenti
e le Potenze angeliche risposero: , di modo che
tutti gli spettatori udirono questa testimonianza dell'esistenza della Chiesa
del Cielo durante i combattimenti del S. atleta di Cristo.
Alle vane proposte del tiranno,
Platone rispose: < e morire per Lui mi è di guadagno>>.
Dopo altri supplizi fu decapitato e partì a raggiungere l'assemblea dei
Santi.
Per le preghiere del Tuo
santo
Signore Gesù Cristo abbi pietà di me.
Amin!
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Nata
ad Alessandria, capitale dell'Egitto e metropoli delle scienze e delle arti,
Caterina era la figlia di un ricco e potente signore, Cestus.
Oltre che della nobiltà, Dio l'aveva dotata di una rara bellezza, che
destava l'ammirazione di tutti coloro l'avvicinavano, e di una eccezionale intelligenza.
La giovane seguì le lezioni dei migliori maestri e dei più illustri
filosofi; ella apprese a sbrogliare i ragionamenti più oscuri e a controllare
con eguale successo i sistemi filosofici di Aristotele, Platone e dei loro discepoli
più recenti.
Eccelleva anche nel'arte del linguaggio, conosceva i più grandi poeti,
da Omero a Virgilio e poteva intrattenersi su ogni argomento in un gran numero
di lingue che aveva appreso accanto a sapienti e viaggiatori che andavano a
soggiornare in questa città cosmopolita.
Ella aveva conosciuto tutte le scienze della natura, in particolare la medicina,
e nessun campo della conoscenza umana poteva sottrarsi al suo spirito penetrante
e avido di conoscenza.
All'età di appena
18 anni aveva raggiunto un così raro grado di scienza che destava l'ammirazione
degli anziani più saggi.
Questa reputazione, la nobiltà della sua origine, la sua bellezza e la
sua ricchezza la rendevano desiderabile e numerosi pretendenti si presentavano
a chiederla in sposa. Ma Caterina, presagendo la grandezza della verginità,
rifiutava tutti i pretendenti e aveva posto come condizione ai suoi genitori
di non accettare in sposo che un giovane uomo che la eguagliasse altrettanto
per nobiltà
ricchezza, bellezza e saggezza.
Sua madre disperando di trovare un tale partito, invia la giovane figlia a prendere
consiglio da un santo asceta crstiano che viveva poco lontano dalla città.
Costui disse a Caterina che in effetti conosceva un tale uomo e che la sua saggezza
era ancora più alta, poiché egli era il prìncipe stesso
di tutti gli esseri visibili e invisibili.
Questa saggezza non l'aveva
acquistata, ma la possedeva eternamente.
La sua nobiltà era così superiore a tutto ciò che si potè
immaginare, poiché possedeva il potere sull'universo intero e aveva creato
il mondo dalla sua propria potenza.
Maestro dei mondi, principe di tutte le saggezze e di tutte le scienze, Egli
era anche, le disse l'anziano, "il più bello dei figli degli uomini",
poichè era il Dio incarnato: il Figlio e il Verbo eterno del Padre che
si era fatto uomo per la nostra salvezza e che desiderava sposare ogni anima
vergine.
L'asceta la congedò regalandole un'icona della Madre di Dio che aveva
il bambino-Dio tra le braccia.
La notte successiva Caterina vide apparire la Madre di Dio, ma il Cristo si
girava e rifiutava di guardarla dicendo che era brutta e tutta sporca poiché
ancora sottomessa alla morte e al peccato.
Tutta agitata, andò
subito dall'asceta che le insegnò i misteri della fede e la fece rinascere
alla vita eterna nella vasca battesimale.
La Madre di Dio le apparve ora di nuovo, portando il Cristo raggiante di gioia:
"Eccola da ora in poi raggiante e bella, ricca e veramente saggia, disse
il Cristo, subito io la accetto come mia fidanzata molto pura".
Per sigillare questo fidanzamento celeste, la Madre di Dio mise al dito della
giovane un anello e le fece promettere di non accettare altro sposo sulla terra.
Ora è in questa epoca che l'imperatore Massimiliano (305-311), al seguito
di Diocleziano voleva costringere, sotto minaccia di torture e di morte, tutti
i suoi sudditi a sacrifici idolatri in segno di sottomissione alla sua potenza.
Poiché si procedeva
a tali empi riti anche ad Alessandria, Caterina si presentò avanti all'imperatore
nel tempio, rendendogli omaggio come sovrano, ma condannando severamente il
culto degli idoli. Colpito notevolmente dall'eclatante bellezza della giovane
vergine e dalla sua audacia, l'imperatore la ascoltò sviluppare i suoi
ragionamenti e fu conquistato dalla sua saggezza.
Caterina gli propose di affrontare in una pubblica discussione i saggi e i retori
più brillanti dell'impero.
Il sovrano accettò e inviò messaggeri in tutti i confini dell'impero
per riunire saggi, filosofi, retori e dialettici.
Essi arrivarono in numero di 150 ad Alessandria e si presentarono avanti all'imperatore
e alla folla riunita nell'anfiteatro, con di fronte ad essi, la fragile fanciulla,
sola ma raggiante di grazia dello Spirito Santo.
Ella non temeva poiché il Santo Arcangelo Michele le era apparso per
assicurarla che io Signore avrebbe parlato per sua bocca e le avrebbe fatto
vincere la saggezza del mondo attraverso la saggezza venuta dall'alto.
Cosi rassicurata Caterina
dimostrò gli errori e le contraddizioni degli oracoli, dei poeti e dei
filosofi.
Ella dimostrò che avrebbero essi stessi riconosciuto che le cosiddette
divinità dei pagani erano demoni e espressione di passioni umane. Per
avvalorare i suoi argomenti ella fece appello a certi oracoli della Sibilla
e di Apollo, che annunciavano oscuramente la la Divina Incarnazione e la Passione
salvifica del Figlio di Dio.
Ella scambiò le loro frottole e i loro miti e proclamò che il
mondo era stato creato dal nulla dal solo vero Dio eterno e che l'uomo era stato
liberato dalla morte attraverso l'Incarnazione del Figlio unico del Padre.
Ridotti al silenzio, a corto di argomenti, i retori riconobbero il loro errore
e chiesero alla Santa di ricevere il Battesimo.
L'imperatore, furioso per questo fallimento, fece prendere i 150 saggi e li
condannò a morire sul fuoco, il 17 novembre.
Dopo aver vanamente cercato
di convincere Caterina con le adulazioni, la fece torturare e gettare in prigione,
in compagnia del generale Porfirio, un amico molto vicino al sovrano, e di 200
soldati che diventarono anch'essi discepoli di Cristo.
La Santa li accolse con gioia e predisse loro la gloria dei valorosi atleti
della fede.
L'imperatore dimenticò ogni sentimento umano, quando apprese il tradimento
dei suoi più vicini e fece crudelmente torturare la sua donna facendola
decapitare il 23 novembre.
All'indomani fece comparire Porfirio e i suoi soldati e ordinò di tagliare
loro la testa.
Il 25, Caterina fu fatta uscire a sua volta dal carcere e apparve in tribunale
più bella e più raggiante di gioia celeste di quando era entrata,
poichè considerava ormai arrivato il giorno del suo matrimonio con il
Cristo.
La si portò fuori
città e, dopo una ultima preghiera di rendimento di grazie al Cristo
che le aveva aperto i tesori inesauribili della vera saggezza, la Santa ebbe
a sua volta la testa tagliata. Due angeli si presentarono allora e trasportarono
il suo corpo da
Alessandria al Monte Sinai. Esso venne scoperto da un asceta che viveva non
lontano da lì e, allorchè si costruì il grande monastero
presso la montagna dove Mosè aveva parlato con Dio, lo si dedicò
a S.Caterina e vi si depositarono le sue Sante reliquie che liberano ancor oggi
un profumo celeste e che hanno compiuto numerosi miracoli.
Per le preghiere della Tua
Santa
Signore Gesù Cristo abbi pietà di me.
Amin!
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Questo miracolo ebbe luogo, secondo la tradizione, nel 982. La sua recita venne redatta nel 1548 dal protos Serafim, padre spirituale di S.Dionisio di Olimpos.
A poca distanza da Karies,
capitale del Monte Athos, in direzione del monastero di Pantokrator, viveva
uno iero-monaco virtuoso
e il suo giovane discepolo. Un Sabato sera l'anziano partì per assistere
alla vigilia della celebrazione, come ogni settimana, nella chiesa del Protaton,
lasciando solo il suo discepolo.
Venuta la sera, un monaco
sconosciuto, bussò alla porta e il discepolo lo accolse per la notte.
Essi si ritrovarono all'alba per cantare gli uffici dell'orthos nella cappella.
Ma arrivati alla nona ode, allorchè il discepolo intonò l'inno
"Più venerabile dei Cherubini"* avanti all'icona della Madre
di Dio, lo
stranierola fece precedere dalle seguenti parole: "E' veramente degno proclamarTi,
Madre di Dio, sempre benemerita e tutta immacolata, e Madre del nostro Dio..."
Sorpreso nell'ascoltare questo
canto per la prima volta, il discepolo chiese al suo ospite di scriverlo e poiché
non trovarono la carta, il
monaco incise profondamente e senza difficoltà, con il suo dito, l'inno
su una placca di pietra.
Poi aggiunse: « A partire da oggi tutti gli ortodossi canteranno così
l'inno alla Madre di Dio ».
E scomparve.
Ascoltando al suo ritorno
il racconto di questa apparizione e vedendo la placca incisa, l'anziano comprese
che il monaco straniero altri non era che l'arcangelo Gabriele e andò
a far conoscere il miracolo al protos della Santa Montagna e agli anziani.
Essi inviarono la placca al patriarca e all'imperatore, cosicché l'inno
fosse diffuso in tutto il mondo ortodosso, e trasferirono l'icona, avanti a
cui aveva avuto luogo il miracolo, nella chiesa del protaton, dove ella siede
da allora, dietro l'altare, come Sovrana, Igumena e Protettrice della Santa
Montagna.
Questa icona dell'Axion Estin
è, con quella della Portaitissa, la più celebrata delle icone
miracolose del "Giardino della Madre di Dio". Ella è uscita
per ben tre volte, per essere venerata dal popolo (1963-1985-1987) e ricevette
allora gli stessi onori tributati a un capo di Stato.
Il lunedì di Pasqua è portata in processione solenne a Karies
e nei dintorni, al fine di santificare la natura e proteggere gli abitanti da
tutti i mali e le calamità.*
NOTIZIE
*Irmos della prima ode del
Canone del venerdì santo,
composto da S.Cosmas il melode e cantato ogni giorno con
l'Ode alla Madre di Dio
* Quasi tutti i monasteri
dell'Athos posseggono una o
più icone miracolose della Madre di Dio.
Iviron la Portaitissa, Grande Lavra l'Iconomissa, Vatopedi
la Vimatarissa, Kilandari la Trikerussa, Dionisiou l'icona
dell'Acatisto, Dochiariou la Garghepicoss, Filotheou
la Glicofiloussa ecc...
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Sant Antioco era originario di Sebaste ed era fratello di S.Platone (+ 19 Novembre).
Esercitava la professione di medico, e percorreva villaggi e campagne per curare i malati.
In uno dei suoi viaggi in Galatia e Cappadocia, fu arrestato dal governatore Adriano.
Una volta appeso al patibolo, gli furono lacerati i fianchi e gli furono passate delle torce infiammate sulle piaghe.
Poichè egli restava
insensibile a questi tormenti, dopo aver trascorso tutta la notte in prigione,
fu gettato al mattino in
una caldaia piena di olio bollente. Egli
vi rimase per sette giorni interi e ne uscì indenne e risplendente di
grazia divina.
Venne dato allora in pasto alle belve, ma le fiere non osarono avvicinarlo.
Poco dopo fece cadere tutti gli idoli con la sua preghiera e li ridusse in polvere.
Egli fu quindi decapitato, ricevendo così la corona del martire.
Quando la sua testa cadde sotto la spada, sangue e latte colarono dalla sua nuca.
Di fronte a questo, il boia, Ciriaco, confessò apertamente il Cristo e gettò l'anatema su Adriano e gli idoli.
Anche lui ebbe allora la testa tagliata e partì a raggiungere Antioco nella corte dei Santi.
Per le preghiere del tuo Santo
Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me.
Amin!
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D'origine
greca (o Siriana) Seridos visse in Palestina alla fine del V secolo.
Divenuto monaco, fondò un monastero a Tawata, patria di San Ilarione
(+ 21 ottobre), a qualche km a sud di Gaza,
che diresse per lunghi anni come igumeno. Vi
si conduceva vita cenobitica, ma, come era allora costume, alcuni monaci avanzati
nella vita spirituale vivevano da esicasti in prossimità, o anche da
reclusi, nelle cinta del monastero, edificando i fratelli con le loro preghiere
e la loro saggezza.
E' là che, disdegnando i voleri di altri abbas, si erano ritirati i due
Grandi Anziani San Barsanufio e Giovanni il Profeta,
inviati da Dio per dirigere i monaci nel loro cammino spirituale.
Seridos non era che il loro
discepolo obbediente e non taceva niente senza consultare "i Grandi Anziani."
Poiche Barsanufio e Giovanni vivevano nella più stretta reclusione e
non comunicavano con i loro figli spirituali se non per lettera,
Seridos serviva loro da intermediario e segretario.
Egli era colui che "dopo Dio, li proteggeva dagli uomini".
Quando San Barsanufio gli
dava i responsi diretti ai suoi corrispondenti, incaricava Seridos di scrivere
sotto la sua dettatura,
assicurandolo che lo Spirito Santo lo avrebbe guidato, una volta rientrato nella
sua cella, per trascrivere tutte le parole in ordine,
senza ometterne alcuna.
Temperante fin dalla gioventù, Seridos si mostrava di una estrema sobrietà
e si sollevò ad una tale ascesi che cadde gravemente malato. Fu
guarito dalla preghiera di San Barsanufio che gli ordinò di trattare
il suo corpo con discernimento, in modo da utilizzarlo come ausiliario per la
liturgia spirituale e per avere la resistenza necessaria al governo dei fratelli.
"Il Grande Anziano" l'aveva severamente provato nell'obbedienza e
nella rinuncia a tutta la propria volontà, così che egli pervenne
a un così alto grado di perfezione che Barsanufio lo lodava come: «il
figlio dei miei lavori, più dolce del miele, che bada a tutti gli altri
come se fossero tutto uno con lui e considera suo l'interesse di tutti»
(lettera 141).
Egli ereditò così
i carismi e il discernimento del suo padre spirituale e fu per i suoi monaci
un padre pieno di bontà e di saggezza nonché una sorgente di gioia
e di pace per tutti quelli che l'avvicinavano.
«Se tu trovi nella mia lettera delle cose difficili», scriveva San
Barsanufio a uno dei suoi corrispondenti, «interroga colui che è
uno
con te, Seridos, mio figlio caro, e con la Grazia di Dio, egli ti spiegherà
le cose difficili, poiché io ho pregato Dio per lui a questo scopo»
(lettera 10).
Le virtù di abba Seridos
gli acquistarono una tale reputazione che alcuni monaci consideravano che egli
avesse sorpassato la misura
umana, ed è perciò che il Signore lo provò con delle ulcere
e una lunga malattia, affinchè «la gloria umana fosse coperta e
la gloria
di Dio potesse sovrabbondare all'infinito» (lettera 599). Egli non chiedeva
a Dio di guarirlo o di alleggerire la sofferenza ma
solamente di accordargli tolleranza e azione di Grazia.
Quando fu chiamato da Dio nella dimora dei giusti, lasciò il governo
del monastero ai fratelli di maggiore esperienza, per ordine di anzianità.
Ma poiché tutti si erano tirati indietro per umiltà, fu Eliano, un uomo che da poco aveva abbandonato il mondo, ad essere eletto igumeno. San Giovanni il Profeta aveva predetto che non sarebbe sopravvissuto più di otto giorni alla morte di Seridos, ma per le insistenze di Eliano, egli trascorse ancora due settimane di vita per istruirlo in quelli che erano i doveri della sua carica, prima di addormentarsi a sua volta.
Per le preghiere del nostro
Santo Padre Seridos
Signore Gesù Cristo, abbi pietà di noi.
Amin!
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