Arberia
o Rumania? 1
di Marchianò Radanjvet
Egregio Direttore,
vorrei parlarVi un po’ , di ciò che è rimasto dell’Arberia,
e cioè molto poco. Mi riferisco, s’intende, non alla pappamolle
versione storica-ufficiale tramandataci sinora, tremendamente falsa (sempre
più inaccettabile alla prova delle nuove e serie ricerche storiche),
ma a quell’Arberia che ci contraddistingueva dal resto del circondario
(latino). Tanto diversa al punto tale da creare quell’invidia e quel “nervosismo”negli
altri (i soliti latini), da farli arrivare dopo due secoli del nostro insediamento
in terra italica, a sterminare (fisicamente) metà dei nostri villaggi
arbreshe.
Guardando retrospettivamente e brevemente all’Arberia tramandataci dai
nostri padri (più poeti che storici), come ben si sa, la loro Arberia
era molti idealizzata, mitizzata e romanticizzata. Ma anche l’Arberia
letteraria è fonte di memoria di un popolo, dei suoi costumi, usi, abitudini
e saggezza popolare. Quind, anche storia di un popolo. Ed è soprattutto
la storia “letteraria” che ci fa capire la diversità del
nostro popolo. Unja diversità determinata e sottolineata, non tanto dai
costumi e usanze diverse, quanto alla fede religiosa che nutriva (e si nutrivano
i nostri padri) E siccome, come dice il filosofo Schopenauer, “uno è
(soprattutto) ciò che mangia” i nostri padri erano diversi perché
erano ortodossi.
Del resto basta guardare sia al luogo di origine, l’Epiro orientale (allora
l’Albania come nazione non esisteva) cui gli arbreshe provenivano, sia
alla giurisdizione ecclesiastica (il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli)
cui appartenevano, sia all’impero romano d’oriente (Costantinopoli,
la Nuova Roma) cui ricadevano, per chiamarli romei o cristiani-ortodossi. E’
bene qui ricordare, “come il termine cristiano (nell’agiografia)
è sinonimo di ortodosso, (e) ovviamente latino è sinonimo di franco-cattolico”.
E questo, nonostante e a dispetto di una certa storiografia ufficiale, che da
sempre continua imperterrita e diabolicamente, a nascondere questa lampante
e semplice verità. Ed era questa (loro) fede, non solo relegata in “un
determinato” tempo religioso, che plasmava e formava l’identità
di una nazione (= le nostre comunità). Come ben sanno i fedeli appartenenti
alla Chiesa Ortodossa e alle nazioni ortodosse: fede e identità nazionale
sono indissolubili.
Ma, ritornando all’oggi, l’Arberia dei nostri antichi padri non
esiste più o per meglio dire, vive solo nelle catacombe. Mentre in superficie,
si continua a coltivare (solo) il rito dell’Arberia antica. Ed è
su questa parola, che marciano e vivono i famelici cul-tori passatempisti dell’Arberia
accademica. Il tutto, sostenuti e aiutati, dal maquillage di certe riviste,
libri e siti internet p(l)atinati e patetici. Secondo codeste autorità
(ma non autorevoli) gli arbreshe sono diversi perché hanno semplicemente
un rito diverso dai latini. Ora, per quanto mi risulta, il rito è manifestazione
vivente di una fede vissuta. Non è solo vestirsi e presentarsi in un
altro modo. Il carnevale oltretutto si festeggia una volta sola all’anno.
Quindi, se il rito non è alimentato, vivificato dalle fede si trasforma
in puro ritualismo. “Lex credenti è lex oranti, lex oranti è
lex credenti” dicevano i santi padri. Nel momento in cui, una cosa è
ciò che esteriormente si professa e un’altra cosa è ciò
in cui si crede, si crea una scissione nella personalità, una divisione
nociva e velenosa nell’animo e nel volto di una chiesa e di un popolo.
Del resto non ci siamo mai illusi visto nel piatto in cui mangiano (del Vaticano)
e le mammelle da cui succhiano il latte avariato (dei papisti).
Ecco che allora, come nell’Arberia di oggi, trovano posto i nuovo travestiti:
i rumeni. E quanto più aumentano i rumeni, tanto più diminuiscono
gli arbreshe. L’Arberia cos’ facendo si ingarbuglia e si trasforma
sempre più cedendo il posto all’ultima invenzione: la Rumania.
Il tutto (anche questo un classico) studiato diabolicamente e gestito in maniera
tale da non far(ci) capire niente, raggiungendo così l’obbiettivo
prefissato: creare zizzania, scompiglio e divisione nel già profondamente
diviso e arruffato popolo arbreshe . Il divide et impera di lunga memoria. (Si
veda il caso Santa Sofia d’Epiro: Una volta fortemente unita al proprio
sacerdote, oggi visceralmente divisa).
Le autorità religiose arbreshe, dicono che l’arrivo di questi “salvatori”
dell’Arberia (per il momento solo calabra) è dovuto alla mancanza
di vocazioni (o mbocazioni) sacerdotali nella comunità arbreshe. Strano!
Si direbbe. Perché è interessante spiegarsi l’apertura (oltre
a quello più rinomato a Roma: il Collegio Greco) di un seminario “maggiore”
(a Cosenza da parte dell’Eparchia di Lungro) per stimolare la “passione”
di giovani aspiranti sacerdoti arbreshe (e non solo). Per aprire in loco e in
grande un seminario, sicuramente nella mente dell’architetto dell’opera,
ci deve essere stata qualche illuminazione “dall’alto”, che
gli avrà prospettato qualche rinascita della “chiesa” italo-albanese.
Da questo si può dedurre che: o la materia prima per il seminario non
manca (e si dimostra così la falsità di una penuria di sacerdoti
arbreshe) oppure, il seminario serve per qualcos’altro scopo e per altri
alunni (rumeni?).
In realtà, ci sono (di già) volenterosi, buoni e giovani arbreshe
sempre lì, in panchina, in procinto di entrare in campo, ma mai chiamati
dall’allenatore. Perché (domando all’illuminato) non vengono
ordinati? Forse (gli arbreshe) non sono “obbedienti”? O, non sono
(ancora) in grado di “intendere e volere” il compito da svolgere?
Forse la vecchia classe sacerdotale non li vuole? E poi, si parla tanto di custodire,
valorizzare e ritornare alla tradizione degli arbreshe (ricordo che è
lo stesso Decreto sull’Ecumenismo papale che lo impone), perché
allora riempire l’Arberia di rumeni (oltretutto poveri loro dove sono
capitati) che di arbresh non hanno neanche l’ombra? E la messa, come ce
la cantano: in greco o in rumeno? O può variare a seconda del mercato
religioso? E la tanta decantata lingua arbreshe, dove la mettiamo? La confessione,
se mai c’è chi ancora si confessa (mi riferisco a chi ancora, come
la nostra vecchia gente popolare parla genuinamente ancora l’arbreshe)
deve avvenire in rumeno? Oppure, basta l’italiano-rumenizzato a capirci?
Fino a quando dovrà ancora durare l’agonia di questa Arberia? Perché
ci si accanisce così tanto a tenere artificialmente in vita un’Arberia
artefatta? Quando la smetteremo di fare i necrofili? Perché si continua
a negare la verità, che ogni giorno ci viene sbattuta in faccia dalla
realtà, che di arbreshe non si sa più bene cosa mai ha?
E si! “La marcia è lunga, ma comincia con un sol passo”,
direbbe il timoniere cinese Mao. Incominciamo allora, ad allontanarci e ad allontanare
dalle fila degli volenterosi arbreshe, chi continua a “regnare dividendo”
(aì cë bën miku, fiku e tradhituri), rispondendo con il contrappunto
goethiano: Verein’und leiti (unisci e guida). “La marcia è
lunga, ma comincia con un sol passo”, direbbe il timoniere cinese Mao.
“Arbreshe di tutto il mondo unitevi” aggiungerebbe in questo caso,
il caro Marx. Lo so, lo so! I temi qui trattati, forse no interessano o interessano
a pochi. Mi rendo conto che la gente è occupata in apparenza, come si
suol dire “a cose più pratiche, come i problemi della vita quotidiana”.
Ma ha senso continuare “a campare” all’italiana. Perdinci!
Un pizzico di ideale. Caro direttore: gjaku s’behët uj. Rini mir
e me shëndet. [Makij, ndë një 21 të Fjevart 2007]
NOTA
1 Nella rivista: “Katundi Ynë” n. 126
– 2007/1 – pagine 2 e 3. “Lettera al Direttore”